Setting terapeutico

Perché il terapeuta non fa eccezioni? Il significato delle regole in psicoterapia

Giorgia Belardini · Psicologa Psicoterapeuta

Il setting e le regole in psicoterapia — studio di Giorgia Belardini Psicologa a Roma Balduina

Le due poltrone dello studio: lo spazio dove si costruiscono, insieme, i confini della relazione

"Possiamo fare dieci minuti in più?"

"Se arrivo tardi recuperiamo alla fine?"

"Posso aspettare dentro anche se sono arrivato prima?"

"Se questa settimana sto particolarmente male, posso scriverle?"

"Ma se saltiamo questa seduta, perché devo pagarla?"

Prima o poi, in una psicoterapia, ci si incontra anche con questo: il confine.

E a volte il confine può essere vissuto come qualcosa di poco umano. Se dall'altra parte c'è una persona che si prende cura di me, perché non può fare un'eccezione? Se sa che sto attraversando un momento difficile, perché la seduta deve comunque finire? Se è libera dieci minuti prima, perché devo aspettare fuori?

Sono domande tutt'altro che banali. Perché il setting terapeutico non è semplicemente un insieme di regole organizzative. È la cornice dentro la quale avviene la relazione e, proprio per questo, finisce inevitabilmente per entrare nella relazione stessa.

Ci sono modelli di psicoterapia nei quali il setting è definito in maniera piuttosto precisa: frequenza, durata, posizione del terapeuta, modalità di contatto e confini vengono considerati parte integrante del metodo e il terapeuta è chiamato a mantenerli con una certa stabilità.

Esistono poi orientamenti e terapeuti che lavorano con una maggiore flessibilità. E, anche all'interno dello stesso orientamento, il setting finisce inevitabilmente per incontrare la persona del terapeuta.

Perché anche i terapeuti sono diversi.

C'è chi è estremamente puntuale e chi vive con maggiore elasticità qualche minuto di scarto. Chi ha bisogno di quindici minuti tra un paziente e l'altro e chi preferisce concentrare gli appuntamenti. Chi risponde ai messaggi soltanto in determinate fasce orarie e chi gestisce diversamente i contatti tra una seduta e l'altra.

E poi esiste la realtà, molto meno teorica: magari lo studio non appartiene al terapeuta, la stanza è affittata e gli orari sono quelli. La disposizione delle poltrone non può essere modificata. Fuori non c'è una sala d'attesa. Il collega precedente deve uscire prima che possa entrare il paziente successivo.

Non tutto ciò che fa parte del setting nasce quindi da una sofisticata scelta clinica. A volte è semplicemente organizzazione. Ma anche l'organizzazione ha un effetto sulle persone.

Se ti lascio fuori, non significa necessariamente che ti stia tenendo fuori

Immaginiamo una persona che arrivi dieci minuti prima e trovi la porta chiusa.

Può pensare: Non vuole che entri.

Magari vede uscire il paziente precedente e pensa: Poteva farmi entrare subito dopo.

Dal punto di vista del terapeuta, però, quei dieci minuti possono avere un significato completamente diverso.

Potrebbero essere il tempo necessario per scrivere due appunti, andare in bagno, bere un bicchiere d'acqua, aprire una finestra. Oppure semplicemente per stare qualche minuto in silenzio dopo aver ascoltato una storia difficile e prepararsi ad accoglierne un'altra.

In quel caso tenere fuori il paziente non significa rifiutarlo. Significa proteggere uno spazio che permette al terapeuta di tornare disponibile.

Anche il terapeuta ha bisogno di confini. E questo non è necessariamente in contrasto con la cura. Un professionista che lavora nelle condizioni in cui riesce a sentirsi sufficientemente tranquillo, presente e non eccessivamente affaticato ha maggiori possibilità di essere realmente presente quando la persona entra.

A volte, quindi, un limite non protegge il terapeuta dal paziente. Protegge il terapeuta affinché possa stare con il paziente.

"Ma se davvero le importa di me, perché non fa un'eccezione?"

È probabilmente qui che il setting smette definitivamente di essere soltanto organizzazione.

Lo stesso "no" può essere vissuto in modi completamente diversi.

Una persona può pensare: Non sono abbastanza importante. Un'altra: Ho chiesto troppo. Un'altra ancora può arrabbiarsi: Decide sempre lei. E qualcuno, davanti allo stesso limite, può invece sentirsi rassicurato: So come funzionano le cose qui. Non devo continuamente capire cosa posso chiedere e cosa no.

Il terapeuta ha detto la stessa frase. Ma quella frase ha incontrato quattro storie diverse.

Ed è anche per questo che un confine non è necessariamente un rifiuto. Il setting non dovrebbe servire a tenere il paziente a distanza. Dovrebbe permettere a due persone di avvicinarsi sapendo dove sono i confini.

All'inizio, forse, qualche regola in più

C'è poi un aspetto molto concreto del lavoro terapeutico: generalmente è più semplice definire un confine all'inizio e renderlo successivamente più flessibile che fare il contrario.

Se fin dalle prime sedute sappiamo che l'incontro dura un certo tempo, che gli appuntamenti funzionano in un certo modo e che esistono alcune regole, quella diventa la cornice conosciuta. Con il tempo si potrà eventualmente fare un'eccezione.

Se invece una relazione nasce senza confini sufficientemente definiti, introdurli successivamente può essere molto più difficile. Quello che per il terapeuta rappresenta semplicemente il tentativo di ristabilire una modalità di lavoro sostenibile, per il paziente può essere vissuto come qualcosa che gli viene improvvisamente tolto.

Prima potevo farlo. Perché adesso no? È cambiato qualcosa tra noi?

Anche per questo il setting si costruisce fin dall'inizio. E può diventare, in alcuni percorsi, anche una sorta di piccolo allenamento ai confini.

C'è il paziente che alla fine della seduta continua a parlare mentre si alza, poi mentre mette il cappotto, poi sulla porta. Proprio nel momento in cui dovrebbe separarsi, arriva sempre qualcosa di nuovo.

Il terapeuta potrebbe semplicemente interromperlo ogni volta. Oppure, a un certo punto, potrebbe farglielo notare.

Ti sei accorto che proprio quando dobbiamo salutarci compare sempre un'altra cosa importante da raccontarmi?

A quel punto non stiamo più parlando di cinque minuti. Forse stiamo iniziando a parlare della separazione.

Ma allora le eccezioni non si fanno?

Certo che possono esistere. Un setting sufficientemente stabile non deve necessariamente essere un setting rigido.

Anzi, due pazienti dello stesso terapeuta potrebbero non ricevere sempre la stessa risposta alla stessa richiesta.

Questo non significa utilizzare due pesi e due misure o decidere arbitrariamente chi meriti un'eccezione. Significa ricordare che la psicoterapia avviene tra persone e che ciò che per un paziente rappresenta una piccola flessibilità innocua, per un altro potrebbe assumere un significato completamente diverso.

A volte concedere un'eccezione può aiutare quella relazione. Può essere il modo per raggiungere una persona particolarmente diffidente, per mostrarle che il confine non è un muro o semplicemente per rispondere a una situazione eccezionale.

Con un'altra persona, la stessa eccezione potrebbe rendere più difficile mantenere proprio quel limite sul quale si sta lavorando. Non perché un paziente "se lo meriti" e l'altro no. Ma perché la stessa azione non ha necessariamente lo stesso significato in due relazioni diverse.

È qui che, più che la rigidità, diventa fondamentale la consapevolezza del terapeuta.

Posso fare questa eccezione. Ma perché la sto facendo? La sto facendo perché penso che sia utile in questo momento? Perché posso permettermela serenamente? Oppure perché faccio fatica a dire di no? Perché temo che il paziente si arrabbi? Perché mi sento in colpa? Perché ho bisogno di sentirmi un terapeuta disponibile?

Allo stesso modo posso mantenere un limite. Ma perché lo sto mantenendo? Perché serve alla terapia? Perché protegge il mio modo di lavorare? O perché "si è sempre fatto così"?

Sono domande che riguardano il terapeuta prima ancora del paziente.

Un setting sufficientemente umano

Forse, allora, il contrario di un setting rigido non è un setting senza regole. È un setting pensato.

Un setting nel quale il terapeuta sappia, per quanto possibile, perché fa ciò che fa. Nel quale possa modificare qualcosa quando ritiene che abbia senso farlo e possa mantenere un limite quando quel limite protegge il paziente, la relazione oppure se stesso.

Perché anche la serenità del terapeuta fa parte delle condizioni della terapia. Avere il tempo necessario tra due sedute, lavorare in uno spazio nel quale ci si sente sufficientemente a proprio agio, non accumulare un numero di incontri che rende difficile rimanere presenti, stabilire modalità di contatto sostenibili: non sono necessariamente comodità contrapposte alle esigenze del paziente. Possono essere ciò che permette al terapeuta di esserci davvero quando la seduta comincia.

Il punto, quindi, forse non è che ogni regola debba essere mantenuta sempre. È che ogni regola, ogni eccezione e ogni cambiamento dovrebbero poter essere pensati. E, quando serve, se ne dovrebbe poter parlare.

Anche da parte del paziente.

Se una regola cambia e qualcosa ci disturba, possiamo chiedere perché. Se un limite ci fa arrabbiare, possiamo dirlo. Se ci siamo sentiti rifiutati perché il terapeuta non ci ha fatto entrare prima, possiamo portarlo in seduta. Se ci ha sorpreso che questa volta abbia fatto un'eccezione, possiamo parlare anche di quello.

Non perché ogni reazione del paziente nasconda necessariamente qualcosa da interpretare e neppure perché qualsiasi difficoltà debba essere attribuita alla sua storia: anche il terapeuta può sbagliare, comunicare male un confine o accorgersi che una regola non funziona più.

Ma quando un limite ci tocca particolarmente, vale la pena chiedersi che cosa abbia incontrato. Perché magari stiamo parlando soltanto di dieci minuti. Oppure quei dieci minuti hanno incontrato qualcosa che conosciamo da molto più tempo: la paura di non essere abbastanza importanti, la fatica di sentirci dire di no, il bisogno di essere un'eccezione per qualcuno, la difficoltà a chiedere oppure quella di andare via.

Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti del setting terapeutico: non è soltanto la cornice dentro cui avviene la terapia. A volte, quasi senza accorgercene, diventa esso stesso parte della terapia.

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