Prima seduta

Prima ancora di conoscerci: il denaro nella prima seduta

Giorgia Belardini · Psicologa Psicoterapeuta

Il pagamento nella prima seduta di psicoterapia — studio di Giorgia Belardini Psicologa a Roma Balduina

La stanza in cui, per la prima volta, il terapeuta immaginato incontra quello reale

Il denaro in terapia è una presenza strana. C'è fin dall'inizio, fa parte dell'accordo, eppure raramente è soltanto una questione amministrativa.

Nel corso di una terapia può trovare forme molto diverse: c'è chi paga a ogni incontro, chi a fine mese, chi ogni cinque o dieci sedute. Con il tempo queste modalità diventano parte del setting, qualcosa di conosciuto e prevedibile. Ma c'è un momento in cui il pagamento può assumere un significato diverso: la prima seduta.

Perché alla prima seduta, in realtà, il paziente non arriva proprio davanti a uno sconosciuto. Arriva davanti a qualcuno che ha già immaginato.

Magari ha cercato il terapeuta online, ha guardato una fotografia più volte, ha letto qualcosa che ha scritto. Ha immaginato la voce, la stanza, il modo in cui verrà accolto. Nei giorni precedenti può aver pensato a cosa dire per primo, a quanto raccontare, persino a dove guardare mentre parla. Qualcuno arriva dopo settimane trascorse a chiedersi se iniziare oppure no. Qualcun altro arriva con una frase preparata e poi, appena si siede, non riesce più a pronunciarla.

C'è già, insomma, una relazione fantasticata prima che esista una relazione reale.

Poi la porta si apre.

"Buongiorno, piacere."

Si entra, forse ci si guarda intorno cercando di far coincidere la stanza reale con quella che ci si era immaginati. Si appoggia la borsa. E il terapeuta dice: "Prima di iniziare sistemiamo il pagamento".

Non è necessariamente un gesto freddo. Può essere una scelta precisa di setting, una consuetudine professionale, un modo per togliere subito di mezzo la parte amministrativa e lasciare che, da quel momento in poi, tutto il tempo appartenga all'incontro.

Eppure, proprio perché avviene prima che l'incontro sia realmente cominciato, può assumere un significato simbolico particolare.

Quando pagare prima può spiazzare

Per alcuni può essere spiazzante. Non ci conosciamo ancora e mi stai già chiedendo di pagarti. La persona è arrivata con un investimento emotivo, magari con una certa vulnerabilità, e si trova immediatamente davanti alla natura professionale della relazione. Quello che fino a pochi secondi prima era stato immaginato come un incontro di cura diventa improvvisamente anche uno scambio economico.

Qualcuno potrebbe sentirlo quasi come un piccolo brusco ritorno alla realtà: prima il denaro, poi io. Qualcun altro potrebbe leggerci diffidenza: vuole essere sicuro che paghi prima ancora di sapere chi sono? E qualcun altro ancora potrebbe semplicemente avvertire una distanza senza riuscire bene a darle un nome.

Quando pagare prima può essere un sollievo

Ma la stessa scena può produrre esattamente l'effetto opposto.

Per una persona molto preoccupata di essere accettata, di piacere, di non disturbare o di non occupare troppo spazio, quel pagamento iniziale può rappresentare un confine estremamente rassicurante: questo spazio non devo meritarmelo.

Non sono qui perché qualcuno mi sta facendo un favore. Non devo essere interessante, simpatico, riconoscente. Non devo preoccuparmi che i miei problemi siano "abbastanza importanti" da giustificare cinquanta minuti di attenzione. Esiste un accordo professionale: io pago per questo spazio e, proprio per questo, posso permettermi di abitarlo.

Il denaro, che apparentemente sembra rendere meno umana la relazione, può quindi fare anche qualcosa di profondamente utile: liberarla da una parte della reciprocità che caratterizza le relazioni quotidiane.

Con un amico che ci ascolta per un'ora possiamo sentire il bisogno, prima o poi, di chiedergli come sta. Possiamo pensare di aver parlato troppo, di averlo appesantito, di dovergli restituire qualcosa. Con il terapeuta no. Il paziente può occupare quello spazio senza doversi prendere cura della persona che ha davanti. Il compenso, in questo senso, non compra la cura: definisce una relazione nella quale non è necessario restituire la cura ricevuta prendendosi cura dell'altro.

E se il pagamento arriva alla fine?

Ed è interessante anche osservare la scelta opposta.

Il terapeuta può accogliere il paziente, farlo accomodare e iniziare. Il denaro resta fuori dalla scena. Arriverà alla fine.

Simbolicamente il messaggio può essere molto diverso: prima incontriamoci.

Prima ascolto perché sei qui, prima costruiamo qualcosa che fino a quel momento è esistito soltanto nell'immaginazione. Solo dopo compare la dimensione economica che regola quell'incontro professionale.

Per alcuni pazienti questo rende il primo contatto più naturale. Possono avere la sensazione che, almeno in quei primi minuti, venga prima la persona e poi il contratto.

Ma anche qui il significato può rovesciarsi.

Dopo cinquanta minuti una persona potrebbe aver raccontato qualcosa di estremamente intimo. Potrebbe essersi commossa, aver parlato di una perdita, di una paura, di qualcosa che non raccontava da anni. Poi la seduta termina, apre il portafoglio e paga.

E proprio allora potrebbe comparire un pensiero inatteso: quindi questo incontro aveva un prezzo.

Per qualcun altro, invece, pagare proprio alla fine può essere importante: è il gesto che ristabilisce il confine dopo essersi esposto emotivamente. Questa persona non mi ha fatto un favore. Non sono in debito con lei. Questo è il suo lavoro e io l'ho pagato.

Non esiste una modalità "giusta"

Nessuna di queste letture dice, da sola, quale modalità sia migliore. E sarebbe probabilmente un errore attribuire automaticamente caratteristiche psicologiche al terapeuta che chiede il pagamento prima o a quello che lo riceve dopo. Dietro possono esserci scelte di setting, ragioni organizzative o semplicemente abitudini professionali.

Ma nella prima seduta quel gesto merita forse un'attenzione particolare, perché avviene esattamente nel punto di passaggio tra il terapeuta immaginato e quello reale.

Prima di entrare, il paziente ha potuto fantasticare su chi troverà dall'altra parte della porta. Dal momento in cui quella porta si apre, invece, comincia a fare esperienza di una persona reale: di come saluta, di quanto è formale, di dove lo fa sedere, di come ascolta, di quali confini stabilisce. Anche il denaro entra dentro questa prima esperienza.

Chiederlo prima può dire: definiamo subito la cornice, perché dentro quella cornice possiamo poi incontrarci liberamente.

Chiederlo dopo può dire: incontriamoci, e alla fine definiamo anche concretamente lo scambio che ha reso possibile questo incontro.

Forse il punto non è decidere quale delle due modalità sia più calda, più corretta o più terapeutica. È ricordare che per il terapeuta può essere una procedura ripetuta centinaia di volte; per la persona che entra per la prima volta, invece, è parte del suo primo incontro con noi.

E le prime volte, nelle relazioni, raramente sono soltanto dettagli.

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